In quanto a ingegno, nessuno si sentiva in grado di giudicarne. La sua misura e il saggio tacere e e la non mai offuscata dignità di volto e di persona lo ponevano a mezz'aria fra la pianura e la collina come uomo degno. Aveva sì una enorme biblioteca e un archivio di prim'ordine, ma ne era gelosissimo come della sua cultura della quale non parlava mai, che non dimostrava mai. E chi asseriva essere il marchese Leone un ignorante, o meglio un assente in cose di scienza, mentiva per la gola. Il marchese Leone, ad esempio, sapeva benissimo chi era Copernico e l'aveva detto una volta al «club»:

— Copernico fu un arcidiacono che inventò il lunario!

Meno male. La cultura conferiva dignità alla classe. Comunque fosse, fra il Cavalier Mostardo e i due nobili, fu scambiato un freddo inchino e niente più.

Più cortesi furono donna Alerama e la baronessa Judici. Quest'ultima anzi non si stancò di fissare con l'occhialetto il Cavaliere; e lo esaminava compiaciuta, sorridendo.

— Desidera un the? — domandò donna Alerama.

— Grazie — rispose Mostardo inchinandosi.

Allora donna Alerama parlò alla dama più bella che stava in disparte e sfogliava un libro, ma le parlò in una satanica lingua della quale il nostro dabben uomo non riuscì a cogliere che un arruffio di molte consonanti fra qualche vocale. E pensava:

— Però, come si parla diverso fuori di qui!...

Poi donna Alberica, che era quella dell'occhialetto, gli rivolse la parola sempre sorridendo:

— Allora lei è un gran capopopolo?... È vero?...