E ritornare non poteva. E non poteva chiedere ai contadini del Conventino se, per caso, non si fossero sbagliati.
Come fare?... Un turbine di dubbii e di sospetti gli annebbiò di un subito la mente. Dal Conventino alla Città del Capricorno c'erano quasi venti chilometri di strada. Egli non poteva percorrere la distanza a piedi e voleva essere a casa prima di giorno.
— Figli di cani!...
Pensò di andare da un contadino, amico suo, che non stava troppo lontano. Si sarebbe fatto ricondurre in città. Ma come spiegare le sua presenza in quei luoghi, così, senza cappello e senza cavalla?
Be', avrebbe inventato qualche storia.
— Sì, ma il tamburiere che mi ha rubata la Carlotta, può ringraziare il suo Signore se arriva alla fine dell'anno!
E, questa volta, il Cavalier Mostardo non diceva per ischerzo.
Allorchè Rigaglia corse ad aprire la porta e si trovò di fronte il Cavalier Mostardo, così senza cavalla e biroccino, tanto fu lo stupore che lo vinse che ne rimase intontito; poi, quando volle aprire bocca, se la trovò tappata. Mostardo aveva previsto le domande del suo fido nemico e siccome aveva deciso di non dir niente, era ricorso alle misure estreme.
— Guai a te se parli e se mi domandi una cosa sola!... Hai capito?... Guai a te!
E siccome il viso di lui era tutt'altro che chiaro, Rigaglia, anche quando si trovò con la bocca libera, non fece parola. Però scosse il testone e ritornò mogio mogio nel cortile come se avesse, sulle spalle, il peso di tutte le disgrazie del mondo.