Mostardo salì in camera sua e fece un po' di toletta; ma non seppe indugiare come al solito.

Non una gli riusciva bene fino in fondo. Tanto amore, tanto abbandono, una così piena conquista, poi il disastro di Carlotta. Egli avrebbe sacrificato certissimamente Carlotta a Ninon Fauvétte, fior di Parigi; non era per il valore della bestia e del biroccino ch'egli si faceva oscuro, ma per il tiro che gli avevano giuocato.

Chi non conosceva la Carlotta in tutta la Città del Capricorno e nel suo territorio? Il ladro adunque non avrebbe potuto approfittarne se non filando molto lontano; però era certo che non si trattava di un ladro volgare. Fin dal primo istante si era detto:

— La Carlotta è coi rossi!

E la Carlotta doveva essere indubbiamente in mano ai rossi, come ostaggio.

— Si tratta di un furto politico!

Be'! Ma ciò che gli seccava di più era la complicazione del Conventino. Chi aveva portato via la sua buscalfana doveva essere entrato nel Conventino: dunque qualcuno lo aveva pedinato e lo aveva visto entrare!

Questa era la spada di Damocle sulla testa della sua riputazione! Perchè non si era mai detto che il Cavalier Mostardo avesse messo una donna in piazza. Nessuno poteva asserire di aver avuto confidenze indelicate da lui, circa le sue avventure amorose; egli si era chiuso sempre nel riserbo più immacolato. Fosse pur stata l'ultima pubblicana, dal momento che gli aveva concesso i suoi favori, gli diveniva sacra. E questo sapeva la gente maligna della città e del contado e per questo, forse, gli avevano giuocato il tiro birbone. Figurarsi se tutti i tamburieri, tutti i versipelle non volevano approfittare della sua entrata nell'aristocrazia!... È ben vero che a lui restava l'intima dolcezza di essersi coricato, per trionfo d'amore, nel letto di Napoleone (ormai aveva fissato che il letto doveva essere di Napoleone!), ma tale dolcezza, per essere compiuta, doveva corroborarsi nella quietudine del segreto; invece....

— Ah, ma, per Bios, io romperò la faccia al primo che aprirà bocca!

Ed aveva risoluto di far questo senza neppur discutere, ricorrendo alla sua vecchia massima romagnola: — Prema dàli, pu prumètli!... — (Prima dalle, poi promettile!).