Ordinò un caffè e latte e si guardò intorno. Gli amici che cercava non c'erano. C'eran però, in un angolo, Libero Bigatti, direttore dell'Apocalisse, e Ticchi Marmissi, direttore del Sillabo. Parlavan fra di loro sommessamente e con molta animazione. Il Cavalier Mostardo incominciò a squadrarli. Tanto, con qualcuno doveva prendersela. Voleva sfogarsi e vendicar la Carlotta.
Quando il cameriere ritornò col caffè e latte, gli domandò, a voce tanto forte che fece voltar mezza sala:
— Di' su, Tugnîn, se un cane celeste ti insudiciasse il fondo dei calzoni, che cosa faresti tu?
Tugnîn, poveraccio, era analfabeta e non capì il doppio senso.
— Un cane celeste?
— Sì, perchè?... Non lo sai che ci sono anche i cani celesti?
— Io non l'ho saputo mai!
La gente, intorno, incominciava a ridere e a sogghignare.
— Allora te lo dico io. I cani celesti non vanno per le strade e per le piazze, ma camminano fra le colonne dei giornali! Sono i valletti dei tamburieri!
I giornali?... Le colonne?... I tamburieri?... O che farsa era quella?... Il povero Tugnîn scendeva da Rocca San Casciano ed era molto montanaro. Uno di quei camerieri che si fermano nei piccoli caffè delle piccole città di provincia e non ne escono più. I paria della classe nobilissima; si accontentano del soldino e dicono grazie. Dicono anche: