— Il resto, mancia!
E sono due ricchissimi soldi. Imbastiscono il loro mese disperatamente e vestono con gli scarti dei clienti.
— Non avrebbe mica un vecchio smoken?... Un paio di scarpe che non fossero più buone a niente?... Un fracco?... Delle camicie, magari coi buchi?... Una qualche cravatta?... Un vestito felius?[4].
E qualche volta compaiono anche col vestito felius, orlato da un nastro rossiccio; ma, molto più spesso, circolano fra i tavoli degli avventori, in smoken.
Certi smoking tutti patacche e frittelle, simboleggianti le costellazioni, da far vergogna all'ultimo rigattiere. Ma il loro pubblico li ama così. Li vuole così. Se facessero delle eleganze peregrine, li sdegnerebbe. Uno smoken, per democratizzarsi, deve essere molto sudicio; e allora va bene. Le cose nuove putono di borghesia.
Tugnîn, adunque, rimase là con la sua faccia tonda, a guardare il Cavalier Mostardo. Ora deve sapersi che questo Tugnîn, nonostante il suo disperato mestiere, era uomo di molta quietudine e di nobile malinconia. Un figlio del disincanto. E in tale disincanto si rifugiava quando non riusciva a penetrare per entro le cose della vita più o meno arruffate. Professava, in tali frangenti, il suo supremo disinteresse, la sua lontana e tetragona indifferenza. Così quando il Cavalier Mostardo che, dopo tutto, non si occupava nè poco nè punto di lui, ma mirava a farsi avvertire dai due direttori, quando reiterò la domanda: — Hai capito, adesso, che cos'è un cane celeste? — Tugnîn si strinse nelle spalle, atteggiò il viso a una smorfia di umiltà estranea e disse: — Non sono cose per me. Io sono un pessimista!
L'improvviso pessimismo di Tugnîn provocò l'allegria generale e ormai Ticchi Marmissi e Libero Bigatti credevano deviata la manifesta provocazione; ma il Cavalier Mostardo non rise, voleva attaccare prima di essere attaccato. Nel timore che la visita sua al Conventino potesse formare l'oggetto di troppo grandi pettegolezzi e maldicenze, voleva porre sull'avviso le brigate. Sopra tutto voleva intendersela coi due che più temeva, perchè avevano in mano la stampa aggressiva, e cioè: Ticchi Marmissi e Libero Bigatti.
Così il nostro Cavaliere non rise, ma quando il rumor della baia al modesto Tugnîn, accennò a diminuire, levata la voce, e questa volta in tono più deciso e robusto, disse:
— Il fatto sta che questi cani più o meno celesti, e questi rappresentanti della porcinaglia mi hanno gonfiato abbastanza!... E potrei scoppiare!... E, se io scoppio, quei due signori che prendono il caffè a quel tavolo, possono fare un bel volo sulla piazza!...
Ticchi Marmissi era un uomo simile a una larva. Un'ombra d'uomo senza muscolatura. Un ammasso di cartilagini e gelatina. Una testa da chierico, semicalva, sopra un corpicciuolo ammoscito e appenato di dover portare a spasso quella testa ideologa. Smunto, scialbo, pieno di tich nervosi, era un nobile, se non benigno, animale a sangue bianco. Ogni tanto, quando parlava, pareva dovesse guizzar via a un tratto, preso dalla furia fulminea di uno fra i suoi tich. Era una creatura polare; poteva trovarsi altrettanto bene al nord quanto al sud. Si attergava alle cose; le prendeva dal lato meno pericoloso e appariscente; cercava di lasciar un po' dappertutto le sue cacatine, come le sorelle mosche. Aveva due occhi tondi i quali, per essere vivi solo al lume delle ideologie marmissiane, apparivano sempre smarriti, o meravigliati, o natanti in un opaco stupore.