Ora Libero Bigatti, lo scapigliato, era un giovane sui ventinove anni. Non robusto, nè tale da potersi azzardare a far fronte al Cavalier Mostardo, ma ardito e sfrontato. Egli calcolava sulle virtù della sua parola e della sua ironia. Aveva sempre preso il colosso nella pania, battendo l'identica strada.

Lo affrontava, armato solamente della sua astuta parola e cercava condurlo, così, per sentieri difficili lungo i quali lo spingeva verso l'ostacolo che lo avrebbe abbattuto. Il giuoco, gli era riuscito sempre a meraviglia.

Armato di tale convinzione, atteggiato il volto ad un sorriso ironico, si levò a mezzo dal rosso divano e, appoggiati i gomiti al tavolo, e sportosi un poco verso il Cavaliere, disse:

— Siamo noi che abbiamo l'onore di destare l'attenzione del nostro Mostardo?...

— Proprio voi e il vostro compagno! — fece il Cavaliere.

— E, di grazia, per quale ragione?

— Volete che mi spieghi con maggior chiarezza?... — e il Cavalier Mostardo si levò.

Ahi, che le cose minacciavano di proceder piuttosto buie!

— Restate comodo, Cavaliere!

— No, caro signorino! C'è qualche conto da regolare, fra me e voi!