che sempre aspetta e sempre aspetterà,
quando il padrone va dalla francese.
Ma qualche volta se ne stancherà...
E trallalèra e trallallà...
Bene!... Oh, santo cacio sui mitici maccheroni!... Il Cavalier Mostarde vide, udì. La sua centrale vendetta gli veniva incontro.
Posò Bigatti sul selciato della strada e gli gridò:
— Va via!
Bigatti non si fece ripetere l'avviso. Se ne andò ma senza affrettarsi come l'uomo che, disceso da una ascensione involontaria, è ancora un po' tonto.
Mostardo si precipitò nel Caffè, prese il nerbo di bue; uscì. In due balzi fu addosso ai giovinastri, i quali, non attendendo il subito impeto, rimasero dapprima sconcertati e si sbandarono. E le bastonate incominciarono a volare come una fitta gragnuola. Mostardo lasciava andare botte alla cieca, avventandosi nel folto. Sulle prime, ammaccò qualche testa e qualche spalla; ma poi, la cosa, non gli continuò tanto facile perchè gli assaliti, vistisi in buon numero, si riorganizzarono e, afferrate le seggiole del Caffè, si serrarono compatti e assalirono a loro volta, menando già alla disperata.
Vetrine, tavoli, seggiole, fanali andarono in frantumi, e, per un attimo, il Cavalier Mostardo dubitò della sua fortuna. La lotta era impari. Dodici erano i rossi ed egli era solo. Ora doveva difendersi e non poteva aggredire. Infuriato sempre più dal dubbio di essere sopraffatto, teneva testa agli assalitori con tale e tanta violenza da renderli pensosi sul conto loro perchè ben sapevano che se per un attimo solo il Cavalier Mostardo riusciva a riprendere la supremazia, essi erano bell'e spacciati. E così cercavano di tempestare e di stringere sempre più da vicino il fiero avversario, allorchè il Cavaliere udì, dietro le spalle, una voce amica: