— Mmmmo... Mmmostardo, sta fffo-fo... sta fffforte che vve... che vvvvengo io!...

Era Coriolano, il Donzello della Democrazia.

E Coriolano entrò in lizza, con la sua obesità, lanciandosi da destra a sinistra come una palla di gomma elastica. Coriolano non combatteva in silenzio, ma, atteggiata la faccia ai più fieri spasimi, come i guerrieri selvaggi, urlava e combatteva a un tempo gli uomini e il cielo, tant'era la girandola di bestemmie che lanciava all'aria. Ed ottime e risolutive erano le sue intenzioni, povero Coriolano, senonchè una seggiolata maligna, che gli piovve sulla testa calva, lo mise fuori combattimento. Colando sangue si ritirò nel Caffè dove, immersa la testa in un catino, continuò a bestemmiare per darsi coraggio.

Nel frattempo però erano corsi al rumore molti amici di Mostardo e si eran gettati nell'infuriato torneamento. Fra i sopraggiunti erano i due inseparabili, e cioè il Moro Fabrizi e il Gobbo Pulizia.

Il Gobbo Pulizia non poteva molto, ma qualcosa volle fare: avventò contro i rossi il suo lercio compagno, poi, appostatosi dietro una colonna, incominciò a scagliare addosso agli avversari ciò che gli capitava sottomano. Così volarono bicchieri, bottiglie, tazze, frammenti di seggiole e vai dicendo. Faceva quel che poteva, tenuto conto del suo incomodo dorsale.

Ma il molosso sopraggiunse e colui che doveva dar termine alla zuffa.

Veniva via, Bucalosso, per la vastissima piazza deserta e piena di sole. Aveva la doppietta sulla spalla.

Procedeva dondolon dondoloni e pareva non avvertisse il rumore della gran battaglia che faceva accorrere gli scarsi passanti. Non affrettava il passo, non alzava la faccia, invermigliata dal caldo. Ogni tanto levava una mano ad asciugarsi il sudore che gli colava dalla fronte.

Arrivò così, pien di tranquilla serietà, al Caffè dei rossi, e solo quando fu per mettere il piede sotto il portico parve avvertisse lo strepito della battaglia.

Allora si fece solecchio di una mano, per meglio vedere, e, senza perdere l'abituale calma, domandò: