— Bel conforto! — mormorò l'onorevole.
— In quanto a questo ce ne sono quattro che dovranno andare all'ospedale! — soggiunse Mostardo.
— A Pigrènd la testa glie l'ho rotta io! — disse il Moro Fabrizi.
E Coriolano:
— E a Pppppph... a Ppppu-pu... a Pulìno... chhh... chhhhh... chi glie lo dà... il ddddd... il dddi-di... il ddito che gli ho mangiato?...
Frattanto, sgombro il campo dai rissanti, sopraggiunse la pubblica forza. Allora anche gli ultimi curiosi si sbandarono prudentemente e, fra i rottami, non rimasero che Tugnîn e l'Uomo Pacato.
Dell'Uomo Pacato si nasconde il nome, per non turbare, col benchè minimo rumore, i raccolti silenzi di questo antico goditor della carne, abbandonato ora, poi che, nel suo primo autunno, la vita gli ritorna in cenere, a interminabili meditazioni fra gli orti e i giardini della sua rossa Tebaide.
Alle domande investigative della pubblica forza, Tugnîn si strinse fra le spalle e rispose:
— Io non ho visto niente. Queste cose non mi interessano. Sono un pessimista!
Ma l'Uomo Pacato parlò e disse: