Ma sicuro, morire! Quand'un uomo ha dormito in un letto di Napoleone, può ben morire! E Mignon gli si addolciva come una creatura intravista attraverso gli inganni, le lusinghe, le seduzioni, le illusioni dell'arte e del teatro; e il povero Mostardo ne sarebbe morto. Aveva raccolto tanto miele che sarebbe morto senza profferire parola. C'era un mare e ci si buttava dentro. Ci buttava il cuore e l'animaccia entusiasta.
Canta sirena...
la luna è piena...
Elèna... Elèna...
Egli era un gran frequentatore di teatri; ma gli piaceva l'opera. L'opera, il canto. Allora gli si aprivan le porte del paradiso. Ne' suoi bei venti anni, con diciotto o venti soldi in tasca, d'inverno, e la neve riempiva le strade, e il freddo si faceva sempre più cane, con dieciotto o venti soldi in tasca, quando c'era l'opera a Ravenna, o a Imola, o a Cesena, o a Lugo, se ne andava a piedi, coperto solo dalla sua giovinezza, e percorreva trenta e quaranta chilometri per trovarsi alla porta del teatro al cominciare dello spettacolo. Saliva allora, dissanguandosi per pagare il biglietto d'ingresso, in un angolo del loggione, e, una volta lassù, appoggiato al parapetto, gli occhi larghi e la faccia estatica, dimenticava la fatica, la stanchezza, il freddo e la fame. Se c'era uno spettatore che si facesse portar via tutto quanto dall'arte dei suoni e dalla finzione scenica, questo spettatore era lui. Se c'era un cuore che dimenticasse tutto il resto del mondo per abbandonarsi alla suggestione e all'entusiasmo, questo cuore era il suo. E si sbracciava, e strepitava e berciava come un ossesso.
— Bene!... Brava!... Bis... biiis... biiiiis!
Aveva una voce che avrebbe riempito venti teatri. Lo prendevano per un capo-claque e non era che un povero diavolo innamorato. Con tutta la sua miseria si trovava più ricco di un Creso, in quelle sere. Allora, per una prima donna o per un tenore, avrebbe fatto tranquillamente le coltellate. Non già che le prime donne o i tenori lo commovessero come tali; no, non si trattava di questo. Per lui, i celebri canterini, avevano la virtù di continuare a vivere sotto la veste di una Aida, di un Trovatore, di una Traviata; e non avrebbe saputo concepirli diversamente. Li amava sotto la specie degli eroi da ribalta, perchè dalla ribalta la sua esuberante giovinezza traeva il principale, se non il solo alimento agli entusiasmi.
A spettacolo compiuto, rieccolo in via. Il freddo era più cane, la neve era più alta. Certe nottate in cui morivan di freddo anche le stelle. Aveva un cencio di capparella, ma non se ne serviva. Portava con sè il fuoco dell'arte. E, non appena fuori dalla città, in aperta campagna, sotto la furia dei gelidi venti, eccolo a cantare a tutti polmoni. Si portava via, a volta a volta, quasi tutta un'opera. Aveva un orecchio maestro.
E cammina che te cammina; e canta che te canta, le nottate eran ben lunghe, ma l'alba arrivava. Arrivava l'alba e, l'allora Casadei Giovanni detto e' Sparsiôn, era ancora per strada. Ma la Città del Capricorno non era lontana. Vi arrivava a giorno fatto, senza più un soldo in saccoccia, con sessanta o ottanta chilometri sul groppone, con una fame diabolica e doveva andare a bottega. Andava a bottega, ma pestava le droghe cantando e sognando di essere Radames.
Così aveva incominciato la carriera questo grande cuore, questo ultimo idealista, questo genuino romantico, il quale aveva trovato poi tanto spazio alle sue generose strampalerie, alla sua bontà che era schietta ed ignuda; ignuda e indifesa, di fronte al sordido egoismo e alla miseria bruta dei sopravvenienti.