Il Caffè del Gatto Bianco.
Un ritrovo di begli ingegni appartenenti alla più lanciata e cosciente Democrazia, e ad altre fedi e catechismi.
Faceva caldo. Sui ciottoli della piazza erano distesi molti tavoli, innanzi alla bella insegna del Caffè del Gatto Bianco. Un cameriere nerovestito, una sudicissima salvietta sotto il braccio, gironzolava fra i tavoli, un po' scacciando le mosche, un po' ascoltando e compiacendosi delle belle parlate degli avventori.
C'erano molte mosche. Questo cameriere aveva molto da fare. Si chiamava Girolamo; in romagnolo Zìrolum. Zìrolum esercitava una specie di controllo su quanto dicevano gli avventori del Caffè del Gatto Bianco e, se una cosa non gli andava a genio, non si peritava di entrare in discussione e di dar torto marcio e di trattar male colui che l'aveva manifestata. Zìrolum si dava molta importanza. Aveva veduto Garibaldi. Era un uomo con una fitta chioma bianca e ricciuta. Non si era addattato allo smoking perchè i suoi principii non glie lo consentivano; vestiva di nero, ma per principio, per una manifestazione simbolica: portava il lutto della fallita congiura di Castrocaro:
— ... quando non si volle la Repubblica e si mantenne l'Italia in questo stato cadaverico...
Zìrolum, per sua disgrazia, si chiamava anche Savoia. Girolamo Savoia. Il cognome non è infrequente in Romagna. Di ciò si valevano gli avversari suoi, per fargli dispetto. I quali avversari andavano a prender una bibita al Caffè del Gatto Bianco e, quando compariva Zìrolum, esclamavano:
— Ecco un Savoia!
Alla quale esclamazione, altamente incanendosi, il nostro Zìrolum, rispondeva:
— Vorrei che tutti fossero Savoia come me e così smonarchizzati!