C'era un grande baccano, intorno, e i tavoli erano affollati.
Il sole era disceso dietro il palazzo del Comune. Molti crocchi si formavano qua e là per la piazza.
Ora il povero Zìrolum doveva tener d'occhio più particolarmente i due tavoli degli Agrari dai quali gli era arrivata per due volte la frase tipica: «Socialistaglia luzzattiana...». — Ma come contenersi?... Inveire non poteva perchè ormai gli Agrari se la intendevano coi gialli; inoltre egli era sempre stato, avversissimo al blocco; ma gli Agrari rappresentavano troppo sfacciatamente la borghesia, vittima proletaria, non poteva davvero aver simpatia per coloro che lo avevano preso, dopo la innocua spedizione di Monte Sassone, e, con una scusa qualsiasi, lo avevano ammanettato e chiuso nel fondo di una buia carcere per anni ed anni. Così cercava di ascoltare alla larga, senza compromettersi.
Ora parlava, fra gli Agrari, l'avvocato Paolo Derni, un riccone sfondato, con una faccia da cuor contento che faceva dispetto a vederla. Una vera mostra di boni da mille!... Si leggeva la ricchezza in quelle guancie rotonde, in quella tranquillità patriarcale che non si commoveva mai. Si vedeva un uomo che sapeva sempre dove mettere i piedi. Aveva la terra ferma, sotto. Non si era alzato mai, nel corso della sua vita, con la buia pena di non saper come mettere d'accordo il venerdì col sabato.
— E domani come si mangerà?
Aveva avuto sempre le stie piene di capponi; le cantine ricche di vini e grano nelle soffitte e nelle fosse, e i più bravi cuochi, e le donne più belle, e le centinaia di migliaia alle Banche.
— Porca miseria!...
Savoia Girolamo, e con lui la moltitudine, noi compresi, aveva amato tremendamente e aveva digiunato più di San Francesco, senza farlo, come il gran Santo, per uno scopo spirituale.
— Ah, miseria del proletariato!
Bene! Ora parlava Paolo Derni, l'avvocato milionario, e rideva. Zìrolum si era fermato con un orecchio teso, guardando verso un punto estremo della piazza.