— Dov'è il fuoco?
I quattro Agrari respiraron meglio.
— Povero Asdrubale — sospirò Cesare Baccicalupi, dottore in Agraria, notevolissimo; — povero Asdrubale, è sempre pronto!... Pochi Corpi dei Pompieri sono organizzati come il nostro. Solo in Isvizzera...
— Per carità!... Lasciami stare la Svizzera, adesso! — gridò l'avvocato Albati che era persona dabbene.
Ma il nostro Cesare era piuttosto testardo e aveva uno spiccato debole per la Svizzera.
— Perchè? — riprese. — I pompieri svizzeri possono servire di modello al mondo intiero!
Nessuno gli pose mente.
Asdrubale Tempestoni, come Curzio nella voragine, si scaraventò entro la gran tenebra del Palazzo Comunale. Gli si scagliaron dietro, a mano a mano, i suoi militi.
Giungevan dai quattro punti cardinali, galoppando via a gambe levate, inseguiti da uno stuolo di ragazzaglia urlante. Sorpresi dalla campana di allarme, chi sul lavoro, chi al santo desco, chi in delicate opere d'amore: e questi affaccendato in politici affari, e quegli in legittima guerra con la irosa consorte, spuntavano, sospinti dalla furia del dovere e dell'abnegazione, in sommarii abbigliamenti, così come si trovavano quando il disperato appello li aveva raggiunti. Senza giacca, in mutande, scalzi, in pedùli, una scarpa sì e una no, ma sempre belli di nobile ardore. Ve n'eran di tutte le età: teste calve e teste ricciute; faccie pompose di giovinezza e volti scarni di anziani, provati ormai a tutte quante le stazioni della vita.
E ciascuno pareva si trascinasse dietro, per le voci della ragazzaglia urlante, una vampa. A quando a quando dal nord, dal sud, dall'ovest arrivava un nuovo tumulto, poi ecco spuntare il milite affannoso ed affannato, precedente la torma dei piccoli senza-camicia; i quali piccoli, com'è proprio della natura loro, si eran già inabissati nello sbaraglio e, ebbri di strepito e di fialoppo, si eran creati la grande fantasia incendiaria onde muovere a spavento le donnine, raccolte in su l'usciuolo dischiuso.