— Jòso! U s'ha d'avdè dla gran brota roba! (Gesù! Si devon vedere di novità molto brutte!).
Ma, in quella, passavan di corsa, berciando, i nuovi giovani. Allora, la Catarena, si faceva animo e li interpellava.
— Dsi so, burdèll, duv'èll e' fugh? (Dite, ragazzi, dov'è il fuoco?).
— Mo che fughi... L'è la rivoluziôn!... (Ma qual fuoco! È la rivoluzione!...).
E le povere donnine, in su l'usciuolo dischiuso, si facevano il segno della santa croce, fulminate dalle bestemmie e dallo spavento.
— Hai dett la rivoluziôn?... — (Hanno detto la rivoluzione?).
— An j' avì sintì, chi asasên? (Non li avete sentiti, quegli assassini?).
— Eh?... Ach temp, la mi Catarena!... (Eh?... Che tempi, Caterina mia!...).
E disparivano dietro l'usciuolo, più umili che mai, più piccine che mai, queste povere donnine di Dio, con la loro anima raccolta fra l'Ave Maria dell'alba e la Benedizione della sera.
Frattanto la gente accorreva da ogni banda, verso la Piazza, e la campana di allarme non dava cenno di voler tacere. Tutta la città era in subbuglio e in tumulto. I negozi dei signori avevan già abbassate le saracinesche; sulle soglie delle botteguccie minori, stavan padroni e clienti a guardare, a commentare.