— Ben detto! — esclamò Zìrolum.

Ora avvenne un fatto nuovo che attirò l'attenzione del popolo. Di un subito la folla che si stipava innanzi all'androne del Palazzo del Comune si divise in due ali, lasciò un largo spazio nel quale fu primo a comparire Asdrubale Tempestoni, che aveva indossata la divisa grigia di combattimento, sostituendo all'elmo di ottone dal pennacchio rosso e blu, un elmetto in cuoio nero. Era un bell'uomo e forte, con la barba color rame. Pareva un guerriero disceso da un vaso etrusco. Dietro di lui si udiva, nella tenebra del profondissimo androne, uno scatenìo, un rombo, un assordante tempestìo di ferramenta, sì che pareva ch'egli si scagliasse fuor dall'inferno e avesse lasciata la porta aperta.

Il nostro Asdrubale, non appena apparve ci tenne a far palese l'autorità sua, per dimostrare la quale si dette a gridare con quanta voce aveva in corpo:

— I più giovani al timoneeeee!... Via, di corsa!... Avanti la trombaaa!... Dov'è la trombaaaaa?... Lo squillo... suonate lo squillooo!...

Il cuor del popolo fu subito preso da tanto apparato e da tanta energia.

C'eran gli elmi, c'era il frastuono, c'era una dimostrazione di forza e un po' di mistero.

Ma che avveniva nelle viscere del Palazzo del Comune? Tutti i vetri tremavano e la terra, sotto i piedi degli astanti.

Asdrubale Tempestoni gridò ancora:

— Pronti?...

Una voce cavernosa rispose dal fondo buio: