— Eccoli, eccoli, eccoli!...
— State indietro!
— Se vai sotto a una ruota ti schiacciano!
— Non si possono più fermare!
— Sono palle da schioppo!
Asdrubale Tempestoni li aspettava al varco, puntato sui muscoli saldi, pronti allo scatto.
E allora il popolo vide il prodigio. La prima pompa, la più pesante, quella per la quale occorrevano dieci uomini a trascinarla, ed anche a gran pena, sbucò dall'androne, irruppe sulla piazza, proseguì sull'acciottolato trabalzando via con la velocità di un bolide. E non vi si erano aggiogati dieci o venti uomini, ma due soli: due petti poderosi e quattro braccia di ferro: i petti e le braccia del Cavalier Mostardo e di Bucalosso.
Puntando sulla traversa del timone, aggrappati, bassa la testa come arieti in lotta mortale; in un turgore di tutta la possente muscolatura tesa al massimo rendimento, in una fissità eroica della volontà ipnotizzata da una sola idea, essi erano come un elemento cieco che s'apre una strada fra due punti nell'infinito, e quella sola conosce. Personificavano la bella furia che schianta e travolge; la forza con la quale non si ragiona; l'ardimento che deride la morte.
E il popolo ama questo. Il popolo ama coloro che possono dominarlo come una femina.
Così, quando apparvero; quando attraversaron di gran corsa, come trascinassero una festuca, lo spiazzo lasciato libero fra le due ali di popolo; quando si lanciaron per la Piazza e si videro il vuoto dinnanzi, un grido di ammirazione, li accolse e li seguì. Era la prima volta che si vedeva una cosa simile; era la prima volta, altresì, che il Cavalier Mostardo e Bucalosso correvano all'impazzata, aggiogati ad una pompa.