Ma Rigaglia non aveva potuto credere una cosa simile, perchè l'amore e la voglia dell'amore avevan preso, per lui, la via dell'esilio, in Albania, involontariamente sacrificati alla impubere libertà di quei pastori e formaggiai. Ei si era incocciutito nel suo primo pensiero che era quello di una malattia. Il padron suo doveva essere malato di qualche brutto male perchè non l'aveva veduto mai così. E, se fosse morto, gli avrebbe fatto dispetto. Rigaglia avrebbe sofferto di una vera e propria vedovanza. Con chi vivere?... Dove portare le sue scarabattole? Come abbandonare quella casa? A chi ubbidire? Che cosa mettere al posto del Cavalier Mostardo?

Ormai erano assieme da troppo tempo, l'uno e l'altro, il piccolo e il grande; avevano attraversate troppe strade, si erano trovati in troppi pericoli... avevano litigato troppo!... Anche il litigio finisce per diventare una cara necessità, tanto la natura dell'uomo è bizzarra. E Rigaglia viveva in pensiero, cercando la sua minore sgarberia per accostare il Cavaliere che non stava bene.

Ma il Cavaliere, all'opposto, si sentiva benissimo, e i sottili pasti e la leggera insonnia, anzichè minargli la salute, lo ringagliardivano perchè veniva così rinnovandosi negli umori suoi ed espellendo quei pochi veleni che aveva accumulati nel sangue. Solo, non sapeva più ridere a bocca piena, con quella tale sgangherata grazia che era un suo vezzo popolaresco di cui non si era saputo emendare.

Ridere con un certo contegno, sorridere, erano cose troppo remote nella civiltà delle metropoli perchè potessero entrare nell'orbita sua di piena espansione e vitalissima. Così dalla sua risata, omericamente gagliarda, era passato al silenzio per dispiaceri di cuore.


Che poteva avere la sua Mignon? Possibile si fosse stancata di lui, così di punto in bianco, dopo essersi compromessa?

Perchè si era compromessa, e con indicibile trasporto, non gli aveva fatto carestia di niente, nella notte del suo napoleonico abbandono. Era stata veramente imperiale!

Forse lo scandalo l'aveva urtata.

Il furto della Carlotta; le chiacchiere per tutta la città; l'incendio al Conventino, (incendio doloso dovuto certamente a una vendetta dei rossi); la scomparsa della marchesa; la pubblica lotta ch'egli aveva sostenuto al caffè, dopo aver provocato Bigatti e Marmissi; la schioppettata di Bucalosso; l'escomio dato, dietro consiglio suo, alle famiglie coloniche dei Casaròtt e dei Fèna e le conseguenti minaccie di morte al signor marchese il quale, per la gran paura, aveva preso il treno e non si era fermato che a Taranto col pretesto di assistere a certi scavi; le chiacchiere messe in giro dal cameriere di Casa Alerami; le calunnie dei nemici suoi e infine la campagna della giornalaglia!... Ce n'era d'avanzo! In quanto a questo, s'egli prendeva a proteggere una famiglia, c'era da stare allegri!

Mostardo doveva regolare molti conti, e specialmente col famigerato Don Palotta che aveva pubblicato sulla Famiglia Cattolica, certi trafiletti da non potersi in alcun modo tollerare; ma rimandava la faccenda, sempre per amore di Mignon; per non allargare lo scandalo, per non dar nuova esca alle chiacchiere de' suoi nemici.