— Ma che cos'ha! — fece Mostardo, rivolto al moro Fabrizi.
— Parla con le ombre!
— Però... questa idea del cavallo?...
— Oi! Si vede che la morte non è arrivata a piedi, questa volta!
— No. Ci deve essere un'altra ragione.
— Sarà così. — rispose il moro.
E il gobbo Pulizia veniva agitandosi sempre più. L'amico Ciliegia gli aggiunse due altri guanciali sotto alle spalle. Ora era seduto sul letticciuolo bianco bianco. La sua faccia si faceva sempre più cianotica e l'agitazione aumentava col rantolo aspro.
Poi vi fu un punto in cui la piccola creatura sul limite dell'ultimo esilio, aprì gli occhi che aveva tenuti fino allora, ostinatamente chiusi; aprì gli occhi pieni di occulto terrore, li sbarrò, immobili verso una lontananza che egli solo sapeva e, rabbrividendo, gridò per tre volte a tutta voce, scandendo le sillabe:
— Il cavallo di Troia!... Il cavallo di Troia!... Il cavallo di Troia!...
Per Mostardo non c'era più dubbio. Esclusa Troia, della quale non conosceva il valore e l'importanza, era certo che il gobbo Pulizia se ne andava col rimorso della Carlotta sulla coscienza. Egli avrebbe appurato la cosa con l'amico Ciliegia il quale non poteva non essere stato a parte della faccenda. Frattanto, per mettere i piedi avanti, disse: