Dam la strìza, c' at dagh e' gambôn!...

(Vieni qua, Minghetta, ch'io ti tocchi, — Lascia che ti tocchi che faccio per ridere! — Lascia pure che la mamma sgridi... — Dammi la ciliegia che ti dò il picciuolo!).

Fu un divertimento grandissimo e uno scandalo altrettanto grande. Proli non fece che strepitare; ma la voce di lei fu soffocata da quella stentorea del molosso. E la gente rideva intorno e batteva le mani al ritmo indemoniato della danza campestre, mentre il feltro vermiglio della signorina Proletaria, non più fermato sui radi capelli di lei, penzolava come una cosa estranea sulle spalle della malcapitata.

E lo spettacolo inatteso non finì se non quando Bucalosso ne ebbe abbastanza. Allora egli lasciò la preda e, inchinatosi bellamente, disse un: — Grassie! — che rinnovò l'omerica risata del pubblico.

Allora Proli partì inviperita e convinta che tale sconcio non fosse avvenuto se non per suggerimento dell'infame Mostardo; e giurò raddoppiata vendetta. Bucalosso, soddisfatto ormai l'impeto, si diresse al Borgo delle Torri dove aveva sua sede il Circolo Mazzini. Andava verso là, senza un pensiero preconcetto. Camminava e continuava a ridere. Era in una gioiosissima ora della sua vita.

Però, giunto al palazzo del Circolo repubblicano si risovvenne che non poteva entrare perchè la Direzione lo aveva sospeso per due mesi, in seguito alla schioppettata elargita per porre termine alla baruffa fra il cavalier Mostardo e i rossi. Bucalosso si fermò a guardare attraverso all'inferriata. Intorno ad un gran tavolo erano adunati i facenti parte la Direzione. Pensò un poco, poi estratta una pistola a tamburo lasciò partire due colpi a un metro dalle teste dei suoi giudici.

Fumo, urli, pandemonio, terrore.

Bucalosso rimase a godersi lo spettacolo dalla finestra; e quando fu accostato e richiesto del perchè di quel suo gesto, rispose olimpicamente:

— Così la Diressione la si occuperà del mio caso!