Non appena si trovò in una fastosa sala gli giunse, dispento dai cortinaggi, un rumore di voci e un impeto irrefrenato di risa. Evidentemente la marchesa si trovava da quella parte e già stava per aviarsi verso l'entrata dell'occulto ritrovo, quando ecco sbucare un piccolo coso di fra le cortine e muovergli incontro.

Lo sbirciò; lo riconobbe. Era il marchese Futa o della Futa se più vi garba.

— Egregio Cavaliere — diss'egli con la sua vocetta asprigna; — la marchesa mi incarica di presentarle le sue più vive scuse... ma, in questo momento, è veramente dolente di non poterla ricevere come avrebbe desiderato.

Mostardo corrugò il supercilio; non strinse la mano che il marchese della Futa gli tendeva e domandò con rudezza:

— Perchè?

— Perchè ha un ricevimento e non può abbandonarlo.

— Bella scusa!

— Insomma, caro Cavaliere...

Sì, egli doveva essere signore, così per infrenarsi, rispose:

— Mi dispiace, ma non posso accettare!