Alla inattesa uscita il marchese non seppe che rispondere a tutta prima, tanto che i due uomini rimasero là a guardarsi: stupefatto l'uno; aggressivo l'altro.

— È una cortesia che le chiede la marchesa...

— Ma io devo parlarle.

— Insomma... veda...

— Caro marchese è inutile insistere. Ormai sono qui e non mi muovo.

— Ma queste sono prepotenze! Ella dimentica di essere in casa d'altri!...

— Ed ella dimentica di essere un gentiluomo! — soggiunse Mostardo che era già in ebollizione. Che discorsi son questi? Mi credono davvero d'avermi preso a cottimo questi signori dell'aristocrazia?... Io dunque dovrei servire solamente a difenderli e non dovrei neppure avere il diritto di essere ricevuto?... Ebbene a questo non mi piegherò. Il diritto di entrare qui me lo sono guadagnato rischiando la pelle. E ormai ci sono e ci rimango. È inutile insistere, caro marchese. Se lo metta bene in testa. Ormai ci sono e ci rimango!...

Disse queste ultime parole forzando la voce tanto che le cortine della vietata stanza ancora si sollevarono e apparve il conte Lanfranco d'Elmici. Avanzò questi e, senza guardare Mostardo e senza rivolgergli neppure un cenno di saluto, domandò al marchese Leone:

— Che cosa accade?

— Questo signore non vuole andarsene! — rispose il marchese Leone della Futa.