Le case si palleggiarono, come turbate, l'eco barbarica dell'aspro suono; gli usignuoli, le capinere, i verzellini non cantarono più. Ogni cosa, ogni anima affogava nella crescente marea degli armonici pernacchi che gli uomini traggono, soffiando, da certi imbuti di ottone conosciuti comunemente sotto il nome di trombe. Strepitarono adunque le trombe eroiche di una fanfara socialista; empirono il mondo e il cielo; sostituirono, nel soave declinare dell'ora mistica, il raccoglimento che aduna le anime a un lume ultraterreno: vollero cancellar tutto, essere sole, impadronirsi della Terra e di Dio.

E, per l'attimo in cui tuonarono più vicine, riusciron, tanto, a turbare la quiete circostante; riuscirono a farsi intendere e a intimorire i cuori più pavidi con le minaccie della Bandiera Rossa; ma poi, allontanandosi i discepoli di Eolo e di Marx, i fucinatori di ghigliottine, gli ipertrofici zelatori della buia solitudine terrena, diminuì il loro diabolico fracasso, si spense dietro le case e le strade, si ridusse a niente; a gareggiare appena col tremulo verso di una povera raganella.

Erano passati i rodomonti, gli incinti di Dio, i cannibali sociali, i capovergari della Giustizia Nuova. Erano trascorsi col vento delle loro trombe, con le pernacchianti armonie delle loro apocalittiche catastrofi, pieni di vuoto furore, di fosca ignoranza e di baldracchesca volgarità. Ed eccoli lontani, nel niente, coperti e derisi dal querulo lamento di una raganella sul ramo di un melo, contro un quarticello di luna verdigna.

Si riudì l'ultimo tocco della campana dell'Ave. Girolamo e Stefano si fecero il segno della croce; e anche Spadarella. Poi si volsero intorno e Girolamo disse:

— È tardi. Bisognerà andare.

— Andiamo — rispose Stefano.

Guardarono Spadarella; le sorrisero.

— Felice sera, Spadarella.

— Buonasera, vecchi miei; e buon riposo.

Poi se ne andarono l'un dietro l'altro scantonando per i piccoli viali del giardino.