Passava un rosso barroccio montanaro, carico di una castellata piena di mosto. Una bella castellata dai fondi graffiti e dipinti e dal cocchiume rilevato e contornato da pampini. Il primo mosto che entrava in città. L'autunno. Sul timone del barroccio era infissa una grande caviglia dalle anella. Erano sette anella lucenti che tinnivano, ridevano, cantavano, seguendo l'andatura dei buoi dalla grand'ombra nerastra sotto gli occhi immiti.

E sull'alto della castellata sedeva un giovinetto e cantava:

Gi so, gi so, mio ben, du vliv andare

Ch'avì pulì csé ben vostar cavale?

Ch'avi pulì csé ben la sala d'oro?...

Gi so, gi so, mio ben, vulì ch'a mora?...

(Ditemi, ditemi, ben mio, dove volete andare — che avete pulito così bene il vostro cavallo, — che avete lustrato così bene la sala d'oro?... — Ditemi, ditemi ben mio, volete ch'io muoia?).

Il dialetto montanaro si addolciva ancor più nella cantata. La musica era bella: semplice, vasta, di una tristezza profonda e, più che umana, universa. Il giovine bifolco si portava giù, col mosto, dalle montagne azzurre, una passione antica: sua e di cento generazioni; e passava per la Città del Capricorno come una cosa ormai spaesata.

Il vero, il grande cuore dell'uomo fra le chincaglierie insanguinate della Bandiera Rossa.

Si può anche morire nella farsa.