Cinque ubbriachi e la cenere di un epigone.
Giunti in mezzo alla Piazza, Bucalosso ebbe un'idea. Bisognava salutare Coriolano. Deposero l'urna sui ciotoli poi, presisi per mano e formato un bel circolo, incominciarono a fare il mulinello danzando e schiamazzando.
Senza volerlo, i cinque sozii, iniziavano e consacravamo così il nuovo mito democratico della Morte.
Anche quel giorno il gallo Francesco ruppe il sonno al Cavalier Mostardo il quale, stirandosi fra le coltri, ebbe la non lieta sorpresa di trovarsi ancora al mondo. La sua tristezza veniva a riprenderlo con la luce.
Il dover riallacciare tutte le penose fila della sua angariata esistenza gli era grave tanto che avrebbe preferito esser ripreso dall'annullamento del sonno e non destarsi mai più. Che ritrovava, col ritorno della coscienza, se non cose avverse per l'ultimo deserto della vita sua? Un amore moribondo, una compiuta delusione nel campo politico, una seccatura stomachevole nella condotta di Proli verso di lui. Non sarebbe rimasta che Spadarella, ma anche la piccola più non era lieta e serena ed egli non poteva indovinarne il perchè. Tutto gli andava di traverso; e allora perchè ostinarsi a vivere?...
— Solo perchè mi chiamo Mostardo e per niente di più!
Ma ad andarsene veramente verso la morte, non ci pensava. Avrebbe voluto dormire per svegliarsi col cuore di una volta.
Stava così lasciandosi portare lentamente verso lo squallido paese delle sue più recenti memorie, quando il gallo Francesco cantò per la seconda volta dal cortile.
— Che ore saranno?