Ma il cuore gli diceva che non c'eran notizie buone per lui; e non si fidava di aprirla. Finalmente piano piano strappò la busta. C'era un gran foglio con poche parole.
Caro Mostardo,
Vedete che è inutile mentire? Vi mando la prova indiscutibile della vostra infedeltà. Quando io non pensavo che a voi, voi mi tradivate tranquillamente. Ora poi non vorrete farmi credere di soffrire, non è vero?
Vivete sano e lasciatemi tranquilla. Non desidero altro da voi.
Ninon Fauvétte
Compiegata con la lettera della francese era la lettera che il Cavalier Mostardo aveva scritto alla signorina Proletaria. La viragine urlante si era vendicata, gli aveva dato il colpo di grazia. Ora egli sentiva per davvero che l'ultima speranza era morta. Ora si sentiva tremendamente solo in una vasta rovina e, dalla lontananza, non gli arrivava che il ghigno e la stridula risata di Proli.
Si alzò e si vestì, deliberato a trovarla a qualsiasi costo. Quel che le avrebbe fatto non sapeva, ma certo ch'egli non voleva lasciar le cose al punto al quale erano giunte senza togliersi almeno la soddisfazione, ben magra ormai, di dimostrare una volta ancora chi fosse il Cavalier Mostardo.
Mostardo sapeva che, dalla morte di Coriolano, madamigella Proli aveva abbandonato Dovia e le Scuole per andare a stabilirsi nella casa del suo defunto zio. Non che la casa l'avesse ereditata, chè non era neppure del povero Coriolano, ma questi aveva diritto di goderne ancora per un anno o due. Ai diritti dello zio era subentrata la nipote.
Era mezzogiorno quando il Cavaliere tirò il cordone del campanello. Gli aprì una vecchia.
— C'è la signorina Proletaria?