— Non c'è più!
— Non c'è più?
— Non lo sapete?... È scappata.
— Dite davvero?
— Saranno cinque giorni! Ha rubato il testamento del povero Coriolano ed è scappata. Il testamento non era stato depositato dal notaio. Pare che Proli fosse stata diseredata dallo zio.
Il Cavalier Mostardo non aggiunse parola, e non volle saper altro. Se ne andò come era arrivato.
A lui non rimanevano che le strade squallide e deserte, buie e cineree della sua disperazione.
Errando di strada in strada, di vicolo in vicolo si fermò, che era già presso il tramonto, ad un'osteria delle mura. C'era un pergolato; qualche tavolo sbilenco, sudicio, pieno di mosche. Si fermò nell'angolo più riposto, dietro una macchia di tamerici; sedette, puntò i gomiti sul tavolo, si prese la fronte fra le mani.
Nessuno andava a chiedergli se volesse mangiare o bere. Rimase solo; si perdette nell'ombra della sua immensa tristezza. Arrivava, per lui, la notte del cuore; la più fonda e tragica.
Ecco che l'idolo del popolo era caduto e una donna lo trascinava via fra la polvere come una immondizia della strada, appiccata a una ruota della sua vettura.