Ma l'altro era già fermo; era fermo ed ebbe paura; ebbe paura e fece per fuggire; ma in quel che si levava avendo dimenticato i discreti bisogni che lo avevan condotto nel cuor del canneto, il Cavalier Mostardo fece fuoco e colse il bersaglio; e il bersaglio non era la parte più eroica dell'uomo, anzi era quella che non si mostra mai al nemico e che è equidistante fra i calcagni e le spalle. Ora tale parte sanguinava per più ferite.

— Oh Dio!... Mi hanno ammazzato!...

Il Cavalier Mostardo fu sopra al contadino:

— Sta zitto, insensato!...

— Oh Dio!... Oh Dio!...

— Oh Dio, un corno!... Non vedi che non è niente?...

— Mi avete scambiato per una lepre?

— Peggio per te che vieni per i canneti a far certe cose!...

— Sono io che devo chiedervi scusa?

Il Cavalier Mostardo stava per rispondere a tono, irritato dal l'errore e dalla maligna sorte che, anche nell'ora più tragica della sua vita, lo perseguitava col ridicolo, quando sussultò allo schianto improvviso di tre schioppettate e a un urlo acutissimo che gli arrivò dalla strada. Allora si gettò attraverso il canneto schiantando tutto innanzi a sè come una raffica.