E il testamento? Doveva fare testamento, altrimenti che l'avrebbe goduta la roba sua?... Certo, il brutto testone!...

Si accostò alla scrivania; sedette; scrisse in venti parole il testamento; lo firmò; lo chiuse in una busta.

— Ecco fatto!

Bisognava spicciarsi, adesso. Ma abbandonò un braccio ripiegato sulla scrivania e nascose la faccia contro il braccio.

Addio dolce vita!... Fra un mare di luce e un mare di tenebre era l'anima del Cavalier Mostardo. E quanto più tendeva a intenebrarsi tanto più la chiamava una lontana luce. E la sua povera tenerezza affiorava dallo spasimo, dal tremendo spasimo perchè soffriva la morte, sul punto di scegliere l'esilio che non ha nome ancora e non ha più volto. Solo il brivido e la tenebra desolata.

Addio povero Cavaliere dell'Umanità; addio dolce romantico e strampalato eroe; difensore dei deboli, degli umili, degli oppressi; paladino dell'Idea; innamorato di una piccola anima canora di bambina; addio squinternata esistenza di fede, portata per terra e per mare come una fiaccola fin sulle cime più in cima, sempre urlando, sempre in entusiasmo e in offerta, addio! Era arrivata qualcuna che si era preso tutto ed egli piombava giù, riverso nella sua disperazione.

— Spadarella?... Spadarella?...

Oh, se avesse potuto sentire almeno la sua dolce mano fra i capelli! Se fosse stata là... dietro alla porta...

E si trovò la mano bagnata. Piangeva.

— Cristo!...