E le donne piangevano; ed anche gli uomini.
Sul palcoscenico furono gettati fiori, fazzoletti, cappelli, dolci, binoccoli, cuscini, cravatte, guanti, borsellini, scarpette ed ogni ben di Dio. Canzoni e sonetti celebratorii scesero per il vano del teatro a centinaia, in foglietti multicolori. E volaron dai palchi alla scena, e dalla scena ai palchi, accecati dalle lampade: colombi, canarini, passerotti, fringuelli, verdoni. Dal principio del primo atto fino all'ultimo non fu che l'ascendere di un entusiasmo tale che finì in follìa collettiva.
Ma la piccola Spadi era tanto bella!... E cantava come un angelo. Il dolore aveva aggiunto alla calda voce di lei tale profondità di passione, che il popolo più passionale di Italia non poteva limitarsi ad applaudire. Doveva erompere in una frenetica dimostrazione.
Non si era udito mai un simile Werther e non lo si sarebbe udito mai più.
Girolamo, Stefano e Spina Rosa, in un palco di terz'ordine avevan raggiunto l'inebetimento di coloro che non sanno più in quale mondo si trovino.
E, alla fine dello spettacolo, Spadarella fu portata in trionfo torno torno la Piazza; poi, issata sul tetto di una vettura, vollero cantasse ancora.
E cantò. La sua voce si levò alta e pura sul silenzio di diecimila persone. Alta e pura sulla religione di una moltitudine.
Apparve pallida e bianca fra le fiaccole, tutta luminosa della sua divina biondezza.
— Spadarella!... Spadarella!.. Spadarella!..
E il Cavalier Mostardo, nascosto nell'ombra piangeva.