La spia che lo consegnasse alla Società, sarebbe bollata dell'infamia e troverebbe, una volta o l'altra, la pena sanzionata dal comune sdegno, in una morte improvvisa.
Questo il processo interiore che aveva trattenuto il Cavalier Mostardo dal denunziare gli esecutori del delitto.
Benchè appartenessero alla Camera rossa, una ragione superiore, radicata in lui come in tutto il suo popolo, lo tratteneva dalla denunzia: non voleva essere una spia!
Sentiva che il giorno in cui gli avessero potuto gettare in faccia l'atroce insulto, sarebbe stato per davvero, e per sempre, un uomo finito.
Così aveva taciuto, pur avendo certezza di dover scontare una colpa non sua.
Solo il senso doloroso di avviarsi verso il culmine del suo Calvario lo aveva fatto impallidire, e la solitudine di Spadarella, e la perduta dolcezza di Ninon Fauvétte, della sua Mignon.
Ma quando le guardie furono per mettergli le mani addosso, gridò
— Un momento!...
Era tanto grave la faccia di lui, in quel punto, e tanto triste che lo lasciarono stare. Non sarebbe fuggito.
Il Commissario si fece innanzi: