Come non credere all'ingegnere Fias, corretto, flemmatico come un inglese di buon sangue?... Ed era calvo per giunta, ciò che conferiva alla sua serietà un'augusta platea. Imperturbabile nel gesto, nel tono della voce, sempre spenta, nella linea del viso adorno da una barbetta a punta, fin anche nel modo di reggere la piccola pipa di radica, veniva catechizzando il nostro gigante che più non sapeva se era luce od ombra quella che gli si muoveva intorno. E domandò peritando:
— Lei... ha forse qualche documento...
Un sommesso riso corse la stanza.
— L'ho detto, io!... — fece Mostardo trionfante. — L'ho detto che sono bubbole!..
— Bene — riprese sempre serio l'ingegnere Fias. — Quando vorrete ne parleremo all'avvocato Relli che raccoglie ogni memoria cittadina. L'avvocato saprà mostrarvi anche i documenti.
— Sì!... Lo avvisi che li tenga pronti!...
— Meriteresti davvero di essere un qualsiasi Casadei — disse l'avvocato Suasia — e di avere nel tuo stesso nome il marchio del clero!
— Che marchio? che clero?... — fece Mostardo punto dall'inopportuna allusione.
— È chiaro. Casa dei, casa di Dio... la chiesa.
Mostardo rimase pensieroso. Disse, dopo una pausa: