Era tenuto dai più come un buon diavolaccio mezzo sonnecchiante e mezzo inochito. Anche le donne lo avevano per un bambolo innocuo del quale ci si può fidare ciecamente e leggevano nell’anima di lui come un pappagallo può leggere nella Bibbia.

Finì gli studi che allora si riducevano a ben poca cosa, almeno in provincia, e senza protestare, senza gioia e senza dolore apparente accettò l’impiego che gli venne offerto. Un impieguccio meschino. Guadagnava poche lire al mese ed era alla catena dal primo mattino a tarda sera.

Il padre di lui ne ebbe la contentezza moderata che poteva accordarsi alla dignità sua e siccome in quel tempo poche lire mensili bastavano ad una vita modesta, pensò di dargli moglie.

Così, come lo aveva messo al mondo se lo regolava a simiglianza di un orologio.

Tutto era già disposto: trovata la donna, contenti i parenti, fissata la data del dolce imeneo, regolati gli affarucci della doterella e della casupola, ordinate le lenzuola, otto belle lenzuola a due teli per un letto matrimoniale e c’era chi aveva cominciato a scrivere i sonetti inneggianti alla felice unione e all’imene e agli amplessi quando, un bel giorno, lo zio Cristoforo non si trova più.

La voce si sparge in un attimo.

— Si è ammazzato. — Lo hanno veduto ieri notte sul ponte di Schiavonia. — Era innamorato di un’altra. — Non aveva la testa a posto. — Non parlava mai, era come un pazzo. — E l’Angiolina?... Vedeste come piange, poveretta! Aveva preparato il corredo! Aveva speso sette scudi! — Povera figliola! non meritava questa porcheria! — Ma esser matti a dare ima, figlia a quello là! Avete veduto come è finita? Bisogna aver voglia di marito! — L’Assunta aveva combinato tutto, quella!... Con la sua voglia di far matrimoni! — Mi hanno detto che era innamorato dell’Ernesta. — Sì, della luna!... Era innamorato della luna quello sciocco! Se io fossi stata giovine non l’avrei sposato neppure se me l’avessero coperto d’oro! — Ma è morto davvero?... — A crederlo!... Quello non aveva il coraggio di ammazzarsi. Avrà fatto le finte e poi piglialo che sei bravo! Povera famiglia!... —

E tutta la città non parla d’altro per qualche settimana.

Il padre aspetta Cristoforo la sera, lo aspetta la mattina seguente; non si sa capacitare della cosa; teme gli sia toccata una disgrazia; lo fa cercare nel fiume, negli orti, nelle campagne, ma ad un tratto gli arriva una lettera; è la scrittura di lui; legge e impallidisce.

Nessuno seppe, se non dopo la morte del vecchio quando fra le sue carte furono trovate le lettere dell’esiliato (chè altre glie ne scrisse), nessuno seppe del vero destino di Cristoforo. I più lo avevano creduto morto. Il padre lo maledisse e gli vietò di valicare la porta della casa nella quale era nato. Così con una maledizione che gli fu di assidua angoscia tanto che, anche vecchio, ne pianse; senza sapere dove sarebbe andato nè che avrebbe fatto; privo di mezzi e di esperienza lo zio Cristoforo abbandonò tutto, rinunziò a tutto, prese, solitario viandante, il lungo cammino che non doveva abbandonare mai più.