Un giorno l’anima sua si era ridestata, aveva misurato la profonda miseria della sua vita e, con tranquillità risoluta, senza cercare consigli o approvazioni aveva deciso.

Da quel giorno nessuno più ebbe notizie di lui se non il padre, due volte l’anno: per Natale e per Pasqua. Riceveva allora, dai punti più remoti del mondo, una lettera di augurio alla quale non rispondeva metodicamente.

Egli si ostinò a non rispondere; lo zio Cristoforo, che non sapeva voler male a nessuno, mantenne sempre la dolce consuetudine.

E lo scomparso scomparve dalla memoria della gente. Dopo qualche anno, i fratelli, parlando di lui qualche volta, solevano dire:

— Il povero Cristoforo!... — convinti ch’egli fosse da un pezzo nel mondo dei più.

Poi il vecchio morì. Morì sugli ultimi di marzo, pochi giorni prima della Pasqua.

Erano stati fatti appena i funerali che da un paese della Russia giunse la lettera consueta. Fu aperta e letta in famiglia fra uno stupore che aveva quasi dello spavento. Mentre l’uno se ne andava l’altro ricompariva.

I fratelli tennero consiglio: decisero di partecipare all’assente la morte del padre, di offrirgli il danaro per il ritorno, di invitarlo a ravvedersi.

Erano trascorsi quattordici anni dal giorno in cui il viandante era partito.

Attesero invano una risposta; per molti anni ancora non ebbero notizia di lui; poi, una sera, mentre erano raccolti intorno alla tavola per la cena, udirono suonare il campanello. Nonno Sante, che era allora un fanciullo, andò ad aprire e, sì come si attardava su la soglia, gli uomini gridarono: