Per questo il Governo, trovatosi di fronte alla inflessibile volontà popolare, anzichè far nascere la guerra si è dimesso.

Ora fra i rappresentanti dei quattro Stati e i capi del Governo dimissionario corrono continue trattative le quali a ben poco approderanno se vorranno aggirarsi all’infuori dei due corni del dilemma cretese: l’occupazione straniera o l’annessione alla Grecia. Non si vede per ora altra via risolutiva.


Frattanto due volte al giorno, dalla mia camera che guarda il porto, odo il canto del muezzin il quale, dal minareto della moschea di Yalì chiama i fedeli alla preghiera.

E i fedeli si raccolgono tranquillamente in questo punto più animato della città ed entrano ed escono dalla moschea senza che nessuno si occupi delle faccende loro.

Io non so se i mussulmani siano amati dai cristiani di Canea, so di certo che sono rispettati sempre. All’infuori della ragion politica, vige, fra queste genti, la maggiore tolleranza. Un vero e proprio odio di razza non vive se non nella fantasia dei giornalisti sbrigliati; poi non è ben detto odio di razza, perchè tanto i mussulmani quanto i cristiani appartengono ad uno stesso ceppo, parlano una stessa lingua, hanno in comune tradizione e storia. Li chiamano “i turchi„, ma sono in realtà cretesi; ve ne sono certuni che hanno tuttavia nomi di origine veneta. C’è un moro, un vecchio moro che veste malamente all’europea il quale si chiama Lorenzi. Il fenomeno strano si è che i fratelli suoi sono perfettamente bianchi, tanto bianchi almeno quanto lo può comportare questo clima. Il signor Lorenzi rappresenta una distrazione o un fenomeno di mimetismo ed è mussulmano.

I mori sono rappresentati alla Canea da un’intera tribù la quale fu trasportata qui dalla Cirenaica qualche secolo fa. Mantengono raramente il loro costume tradizionale, credo anche abbiano dimenticata la lingua madre; non hanno serbato intatto se non il colore, la petulanza e la fanatica intolleranza. Abitano un quartiere speciale della città, verso il mare e pare guardino continuamente in cagnesco. Accrescono l’infinita varietà dei tipi che passano per questa città singolare mezzo diroccata, mezzo incompiuta, mal selciata, percorsa da gendarmi e da marinai, da mussulmani e da preti greci dalla chioma soverchia; città dai mille aspetti incantevoli, mezzo estesa oltre la cinta veneta e mezzo aduggiantesi per vicoli e calli ed antri e suburre entro il giro delle grandi mura, fra le montagne altissime ed il terso mare.

L’Oriente le ha dato la sua impronta coi minareti, le terrazze, i pergolati, le case mute e le donne velate; col sole e col cielo!; ma l’Occidente l’ha creata. Vicino a una casa turca sorge una casa veneziana; vicino alla mezzaluna il leone di San Marco domina tuttavia.

È mezzogiorno. L’aria è immobile, il sole ha un bagliore accecante: tutto il mare ne è acceso. Lungo la via che circonda il porto è una interminabile sequela di caffè che hanno distesi i loro tavoli all’aria aperta.

La gente taciturna sorbisce qualche bevanda e fuma. Non si odono che i borborismi dei narghilè e i gridi striduli delle cicale, gridi assordanti, ebbri di tanto sole.