— Ena pagotò! (Un gelato!)
— Ena mastika! (Una mastika!)
Le barche deserte dondolano lentamente al sole su l’acqua torbida del porto. Passano vere torme di cani randagi che vanno annusando ogni immondizia famelicamente o vi guardano dal sotto in su quasi vi chiedessero se avete altrettanta fame quanto ne hanno loro. I gatti innamorati urlano su le finestre e dentro le botteghe chiuse.
Seduta su lo scalino di una porta c’è una vecchia nera tutta avvolta nella milàia (così si chiama la veste particolare alle mussulmane di Creta). Ha un viso scimmiescamente inespressivo. Attizza un suo braciere sul quale viene cuocendo del formentone immaturo. Poco più lontano un uomo scalzo, dagli enormi baffi rossi, grida infaticabilmente le lodi delle sue frutta:
— Sicàia, staffilàia, carpusàia! Èmata, èmata, èmata! (Fichi, uva, cocomeri! Color sangue!)
Un venditore di halluf, un dolce turco seminato di mandorle, passa senza offrire la propria mercanzia. Si ferma a parlare con un tipo strano che porta sul capo un berretto cilindrico lungo non meno di mezzo metro. È un monaco del convento dei dervisci urlanti.
Alcune galline contendono ai cani le ricchezze dei selciati. Fa caldo, fa afa.
Ab-Eddìn, l’unico cameriere sospinto da una eterna fretta, nonostante le sue larghe brache, grida verso l’interno del caffè:
— Glìgora, glìgora! (Presto, presto!)
Ma la sua fretta nasce e muore in lui; non si comunica alla sonnolenta indifferenza dell’ambiente. Ab-Eddìn non si scoraggisce per questo: in maniche di camicia, un cencio sotto al braccio, un pezzetto di gesso infilato dietro a un orecchio, trotta da un tavolo all’altro e scaccia le mosche e pulisce e ripulisce e si affanna e, quando altro non può fare, serve acqua fresca a tutti, a chi ne vuole e a chi non ne vuole, così, per vezzo, perchè è innamorato del proprio mestiere Ab-Eddìn dai piccoli occhi gaiamente infantili.