Due alti stivali, un paio di calzoni da soldato, una fascia rossa alla cintura, dalla quale fascia occhieggia un pugnale; poi una maglia grigia: ecco il capitano Blum. Quando si presenta ha fra le mani una maschera di fil di ferro simile a quelle che usiamo noi nelle sale di scherma. Suppongo stesse esercitandosi in giardino contro qualche avversario che non si presenta, ma il capitano Blum si affretta a dissipare il mio dubbio. Con un sorriso ne’ suoi grandi occhi chiari mi dice:

— Cercavo un’ape!

— Un’ape?

— Sì. Con loro permesso.... torno subito. Siedano, siedano!

E scompare di bel nuovo senza ch’io riesca a spiegarmi la ragione di tale sua nuovissima ricerca! Dopo pochi minuti si ripresenta. L’osservo meglio. È lungo due buoni metri e magrissimo; le braccia e le gambe non finiscono mai. Sul collo nudo e sottile le grosse vene si inturgidiscono ad ogni piccolo moto. Da sotto la maglia, le scapole, le clavicole, le costole, ogni squisita particolarità dello scheletro, si addimostra in perfetto rilievo. Il lungo collo è terminato da una piccola testa rotondeggiante, compiutamente rasa e adorna da un pizzo mefistofelico e da due lunghi baffi orizzontali. È di pelo bianco. Le guancie incavate dànno maggior rilievo e solennità al pizzo triangolare. Ha gli occhi grandi e chiari or sorridenti, or fieri, ora ammiccanti nei frequenti sottintesi erotici ed eroici. Siede alla tavola con noi.

— Il signore è italiano? — chiede sorridendo.

— Sì.

— Io ho un certificato di Canevaro.

— Un certificato? E di che si tratta?

— Si tratta della mia opera di combattente.