Si rivolge, dà un ordine ad un ragazzo e il ragazzo si allontana, ma non ritorna più.

Vogliamo farlo parlare, ma non è necessaria troppa insistenza per deciderlo a ciò.

Portano il vino, portano la mastika, ci preparano una piccola refezione, poichè la bottega del capitano Blum è anche trattoria. Molte volte l’ospite nostro deve interrompere il racconto per dare ordini in cucina, dove la sua grossa moglie sbraita; ma tali piccole miserie non tolgono serenità allo spirito suo eroico.

A poco a poco la parlantina gli si snoda. Si spiega in un suo italiano semibarbaro commisto di greco e di francese. Ci racconta come nel ’66 fosse con Garibaldi ch’egli chiama molto semplicemente “il vecchio Giuseppe„. Fu a Pisa e non so perchè; fu a Roma e a Torino, e ancora il perchè di tale spedizione mi riesce oscuro. Ad un tratto s’interrompe per soggiungere:

— Gli volevo tanto bene! È stato il mio maestro!

E guarda il mare e si passa la mano anchilosata su la piccola testa glabra.

— E i turchi? — gli chiedo all’improvviso.

Egli si volge di scatto. Vedo sul suo viso succedersi varie smorfie.

— I turchi?... Pff!... — E traccia un gran gesto nell’aria.

— Nel 1867 — riprende — ho dato loro una buona lezione. La ricorderanno per un pezzo. Avevo il mio manipolo: eravamo duecento cinquanta contro duemila. Ci eravamo accampati a Vrises, alle fontane. Combattemmo da cani. Il giorno dopo, dei duemila turchi non ne erano vivi che trecento. Li avevamo bloccati. Chiesero di venire a patti. Bè, veniamo a patti. Ci lasciarono ottanta uomini come ostaggio e partirono disarmati. Viene la notte. Io dico ai miei uomini: — Che cosa ne facciamo di questa gente? — Che cosa ne facciamo? — Non si poteva dormire insieme, è vero? Erano disperati; potevano farmi uno scherzo. Bè! — pensai — Accorciamo la loro pelle!