— Una volta c’erano cinquemila turchi, erano accampati ad Armenus, io non avevo che il mio jatagan....
Dai tavoli lo chiamano, dalla cucina lo chiamano. Egli si volge urlando, poi si arresta, lungo, sparuto, affilato come una lama di rasoio. Guarda l’immenso orizzonte marino; tace.
— Che vedete, capitano?
Non risponde. Tutto a punte come il suo bel pizzo spavaldo, affissa i grandi occhi lontano.
— Ha scoperto la flotta turca! — grida un avventore. Blum tace tuttavia. Nulla ha scoperto: attende. Attende dalla penisola iberica il suo grande fratello. Ecco già lo vede fiero e solenne, la lancia in resta, chino sul collo di Ronzinante; già lo sente lanciato nell’impeto irresistibile, alto cavalcando sul mare.
Peleka pina.
Poco distante da Canea sorge una fattoria che serba il nome antico di Peleka pina (lavora ed abbi fame). È un ricordo della dominazione mussulmana. I greci erano costretti a lavorare le terre come servi della gleba, avendone in compenso bastonate e peggio. Di simili ricordi è ricca tutta l’isola di Creta. La piaga è viva tuttavia e assolutamente insanabile. Se vi è un sentimento nel quale convergano tutti i cretesi senza distinzione è l’odio che portano ai turchi. Anche se la Turchia spendesse milioni per rabbonir gli animi non riuscirebbe ad essere popolare nell’isola. È un odio antico ed immutabile, nato nei secoli per le infinite sofferenze patite, ed è santo quanto l’amore e il dolore.
Superstizioni.
Passeggiando questa sera verso Butsumaria, che era un’antica fattoria veneziana convertita poi in luogo di villeggiatura da Mustafà Pascià (ora è tutta diroccata chè così la ridussero gli insorti), e conversando con un vecchio contadino ho imparato alcune credenze popolari che mi sembrano insolite. Eccole:
A sera, camminando per le vie deserte della campagna è ritenuta grande fortuna quella di imbattersi in un cane nero.