Alla fonte.
Sono in un villaggio remoto, nell’interno dell’isola, fra le montagne. Per giungervi abbiamo cavalcato due giornate fra alte pareti di granito e precipizi, nel silenzio.
Il villaggio e come tutti gli altri semisventrato, miserevole. Sediamo sotto ad un platano presso a una fonte.
Vicino a noi, attorno a un tavolo, sono raccolti gli anziani del paese: il sindaco e cinque o sei uomini dai cinquanta ai settanta anni. Vestono il loro costume tradizionale.
Hanno l’aria tranquilla e beata; parlano pacatamente; mi paiono vecchie conoscenze.
Ecco mastro Mikali. È un bel vecchio dal viso rubizzo, dalle spalle quadre. Sorride volentieri sorseggiando la mastika.
Racconta di una gran festa che fecero nel 1872. Ammazzarono sette montoni e non so più quanti polli e quante pernici, di cui l’isola abbonda. Sgombrarono due botti di vino. Sedettero a tavola a mezzogiorno per levarsi a mezzanotte.
— Erano bei tempi quelli! — soggiunge mastro Mikali. — Ci saremmo mangiati un bue e lo avremmo digerito come un boccon di pane.
Si ode lo stormire del platano.
Nella fonte, fra le canne e i ligustri della riva, navigano diguazzando alcuni anatroccoli.