Il vento porta un profumo inebbriante di gelsomini. Sui monti più lontani si leva una gloria di bianchissime nubi.
Il sindaco fuma il narghilè, pensosamente, le braccia incrociate. Parla di rado, sorride e consente. Siccome, data la sua carica, ci terrebbe a parlare il greco puro, e non sa parlarlo, si limita ai monosillabi.
Barba Sifi (lo zio Giuseppe) rievoca il ricordo di un altro festino molto più grande, perchè furono uccisi quindici montoni e si consumarono quattro botti di vino.
— Dovemmo restar seduti più di cinque ore — dice ridendo — tanto eravamo ingozzati; ma si smaltì tutto. Ce ne fosse stato del ben di Dio per quanta fame avevamo.
— Però Mikali ne ammalò — soggiunge un vecchietto pallido seduto in disparte.
— Mi ammalai di testa e non di stomaco! — risponde Mikali. — Tu piuttosto dovresti pensare a ber del buon vino; non vedi che ti tremano le guance?
I compagni ridono, il vecchietto scuote il capo.
Il dialogo continua tranquillo su lo stesso argomento.
Un giovinetto mi si accosta e mi offre una corba di frutta. Faccio per pagarlo ed egli rifiuta sdegnosamente e mi dice:
— Prendi, non voglio niente. Può darsi che anch’io, un giorno, venga nell’isola tua: allora mi renderai ciò che ti ho dato.