Una bimba selvaggia, dai capelli disciolti, seminuda, è ferma vicino ad una cascatella lucente. Intorno le pascola un gregge di pecore bianche.
Su le porte, su quasi tutte le porte, sopra all’architrave è appesa una ghirlandella ben contesta. Ora è disseccata.
È un ricordo della prima alba di maggio. Allora i giovani giunsero cantando ad appendere l’augurio su le porte del loro amore.
Collane azzurre.
Passano cani, cavalli e muli, cinto il collo da collane azzurre. Nulla è più strano e più ridevole. Un vecchio asino dalle orecchie pendule, dalle gambe piegate, recante un vezzo azzurro sopra i guidaleschi, mi ricorda una vecchia signora nordica che si era vestita di rosa pallido fra trine e falpalà e si pensava ammirata.
So bene che l’associazione di immagini è irriverente, ma non l’ho provocata ad arte.
L’orecchiuta bestia che ebbe pure il vanto, allorchè discendeva lungo l’Eufrate, con la gaia vendemmia, dall’Armenia a Babilonia, di dare origine ad un demone dolce e impuro, Bel-Phegòr[7], è giusto non abbia il senso del ridicolo, ma per quale singolarità nei popoli nordici tale senso è sì scarsamente diffuso?
Mehemed bey.
L’ho conosciuto per caso, sta sempre su la soglia del suo negozio, il fez di traverso. Anche il signor Mehemed ha sul volto ambiguo le caratteristiche della sua razza, solo vi si aggiunge una specie di vacuità dolcemente insensata. È molle; ha la molle imbecillità degli uomini lussuriosi. Il volto biancastro, gli occhi sporgenti, dalla sclerotica cosparsa di venoline rosse, il grosso labbro inferiore pendente, le guance floscie e ricadenti a borsa mi significano subito l’essere suo.