Noi si prendeva le viuzze secondarie, si usciva da Porta San Pietro su la strada che conduce a Ravenna.

Mia madre non parlava, andava col suo rapido passo tenendomi per mano ed io a seguirla sgambettando; ma gli occhi miei erano sempre assorti, ricordo bene, guardavano trasfigurando.

Ero un bimbo silenzioso che si accontentava di un niente, che di un niente faceva la sua felicità.

Dalecarlia. — Il lago del bosco presso Rättvick.

Il sole dorava le mura degli orti, le antiche mura dei monasteri sopra le nostre teste; noi camminavamo nell’ombra. Per uscire dalla città si compiva un lungo giro allo scopo di evitare le vie più frequentate; mia madre amava il silenzio e mi educava alla poesia del silenzio.

Come ricordo le stradicciuole lungo le quali non si incontrava nessuno! Tutte le porte erano chiuse e su le finestre aperte, toltone quello dei garofani e dei gerani, non v’era altro sorriso.

Non si udiva una voce; si udiva il rumore dei nostri passi frettolosi sui ciottoli della strada.

Eppure quelle case deserte vivevano nella striscia di sole che dorava i tetti e le finestruccie del primo piano; sorridevano, io ne sentivo l’anima e il tepore; mi parevano amiche, le riconoscevo per il colore, per la forma, per qualche particolarità, benchè si rassomigliassero un po’ tutte.