Potrei ora, a tanta distanza di tempo, descriverle ad una ad una, strette così come tante sorelle piccine che guardano ad occhi aperti, oltre il muro di un orto, il sole che si nasconde. Perchè si nasconde al sole?... Dove andrà?... Lo sapranno i lontani pioppi del fiume che vedono tanto cielo?...

Tali cose mi passavano per la mente mentre sgambettavo dietro i rapidi passi della mia povera mamma.

E si udivano le campane. Era l’ora della benedizione.

Le campane del Duomo più gravi, poi quelle del Carmine, quelle del Suffragio, quelle delle Suorine, e più lontana, qualche altra, tanto più lontana, che so, in fondo all’anima e nei cieli.

E se mi capita di riudirle, anche adesso che la vita ed il soffrire mi hanno fatto tanto diverso, se mi capita di trovarmi disperso, in un’ora simile, per le vie della città dove son nato, in me si ridesta il fanciullo di allora e riprovo la sensazione provata e mi attardo a continuarla, chè in lei vorrei disperdermi come il tocco di una campana nella malinconìa del vespero.

Giungevano dal cielo, sopra i tetti più alti, sopra le case grandi dei signori, di quella gente ch’io guardavo con l’ammirazione devota di un fanciullo ignaro, vissuto in povertà; ci passavano sopra il capo, scivolavano via radendo gli alberi e le casupole fino all’ultima zona del cielo.

Quale dimenticato tesoro ho dato io a quei suoni? quale mio sogno disperso hanno cullato che mi siano tanto cari? Non so questo; so che ancora le distinguo ad una ad una, ne conosco il suono pacato, ne ho come una visione circolare, la visione di allora, chè mi pareva il cielo si aprisse sul loro cammino in tanti arcobaleni.

Poi ci si fermava innanzi alla piccola porta grigia di un convento. C’era, di fronte alla chiesa, una croce che poi fu abbattuta in tempo di carnovale per fare una burla macabra. Un infelice, mascherato da diavolo, vi fu legato. Era nel sonno dell’ubriachezza. Quando si destò morì dallo spavento.

Si entrava nel giardino, poi nella piccola chiesa dove riposavano i nostri morti: Domenico il bisavolo e il nonno Antonio e altri ancora.

L’uno s’era dato ai campi, l’altro alla mercatura, un terzo alla chiesa.