Così mi sono soffermato, oggi, prima di entrare nel convento, seguendo la rievocazione improvvisa che mi ha portato verso i luoghi della mia fanciullezza.

Qualcuno è venuto ad incontrarmi.

Padre Lorenzo Guidi era nella sua piccola cella di asceta fra una montagna di libri e di carte. Ha tralasciato lo studio per accompagnarsi a me e mostrarmi il convento, dalla ricca biblioteca, al refettorio, al grande orto.

Tutto è italiano qua dentro; vi si sente il caldo amore di un uomo legato saldamente alla sua terra.

I frati quivi raccolti sono bulgari, georgiani, polacchi, greci, ma tutti indistintamente parlano l’italiano, che è diventato oramai la loro lingua madre. Tale convento fu istituito nel 1883 e, a quest’ora, ha mandato più di ottanta missionari in tutto l’Oriente. È una istituzione internazionale, ma in realtà, grazie al tatto, alla profonda dottrina e al patriottismo di padre Lorenzo Guidi, può considerarsi come istituzione italiana. E quando si pensi che in Oriente codesti missionari, per la loro vita raccolta, semplice, modestissima, godono grande stima e venerazione fra i mussulmani, i quali ne ammirano e ne apprezzano le virtù; quando si pensi che esercitano un’influenza non indifferente, non può sfuggire l’importanza dell’italianità dei loro sentimenti.

Passiamo dalla biblioteca al refettorio, dal refettorio alle celle, dalle celle alla cucina; ogni cosa è linda, da tutto traspira un senso di gaia e modesta semplicità. La vita non deve essere grave a questi frati.

Si conversa lietamente; padre Lorenzo è di un buon umore inesauribile.

Passando nel giardino vediamo alcuni turchi con certi loro asinelli carichi di due corbe piene di uva. Attendono ne sia verificato il peso, poichè quaggiù tutto si vende a oke.

Frattanto i conversi mostano allegramente il frutto della vite. Sono giovani, ridono, si divertono all’occupazione insolita.

Fra di loro parlano italiano e, toltone uno, credo, o due al più, che sono nati in Sicilia, tutti gli altri provengono dalle parti più lontane d’Europa.