Derna.
È un nido fra i palmizi, non più di un nido, chè tutto intorno l’alta costa è arida e deserta.
Il nostro arrivo è segnalato, ma non si può scendere a terra prima che il kaimakan, e cioè il prefetto di Derna, sia salito tra noi ad assumere informazioni circa un incidente avvenuto a bordo.
Contemporaneamente al kaimakan una turba lacera e urlante invade la nave; sembrano pirati e sono probabilmente gli stessi che saccheggiarono il piroscafo della Navigazione Generale che si arenò in questi paraggi.
Pare entrino in casa loro; passano correndo, vi urtano, non vi curano, vi guardano loschi, bestemmiano nel loro dialetto cose incomprensibili.
La disciplina di bordo? E come mantenerla? Di quale forza si dispone e di quale autorità, sopratutto? Poi non facciamo noi la penetrazione pacifica?
Noi umili e buoni, ed essi signori. E di ciò si è avveduta questa razza ignorante e bruta, che vuol essere trattata, a scudisciate per convincerla che una nazione ha una forza e una volontà.
Sì, ho sentito dire molte volte, troppe volte, lungo questo mio viaggio, fra qualche marinaio nostro e qualche lurido mascalzone il quale non conosceva altro dovere a bordo se non quello di fare il proprio comodo, ho sentito dire:
— Bono taliano, bono!
E il marinaio: