Insomma si prese un granchio a secco e un bel granchio solenne, tanto da dover torcere il niffolo mortificatamente come la pulcella che si fida troppo su l’idealità dell’amante suo e si vede fatta una cosa che non si attendeva.
Ora il nostro connazionale, che aveva esperimentato a sue spese i metodi del vecchio Governo, a tanto suon di tube e di tamburi, si sentì allargare il cuore e cominciò a sperare da bono e si ringalluzzì.
Egli viveva, veramente, molto lontano dalla capitale turca, in un’oasi quasi selvaggia e non poteva veder mutamenti, ma, in compenso, leggeva i giornali i quali inneggiavano alla marcia trionfale della Giovine Turchia.
Contuttociò gli parve, così, nel suo isolamento, che al magnifico concerto cominciasse a mancare qualche istrumento: oggi i clarini, il giorno dopo i flauti, poi i tromboni; gli parve che la voce ne fosse meno sonora e che l’eco ne morisse; poi gli nacque un dubbio che ritornò a tormentarlo con insistenza assidua:
— Ma.... o io sogno.... o questa è musica che conosco!
E non sognava e ben presto se ne convinse per sua personale esperienza.
La Giovine Turchia aveva cambiato i suonatori, ma la musica era la stessa.
Giunse a Derna il nuovo kaimakan con le sue donne.
Fu ricevuto a gran festa; si installò nel palazzo del comando come i reucci da fiaba.
E cominciò la serie delle mirabili cortesie.