L’italiano guardava timidamente il riverito rappresentante della potenza islamitica; ma questi non capiva, sorrideva, aumentava le cortesie, parlava dei canali di Marte; poi un giorno in cui al connazionale nostro rinacque quel tale dubbio di cui abbiamo detto sopra, un giorno in cui il suo buonumore era relativo, si decise a parlare:
— Dica un po’, e le mie terre?
— Quali terre?...
— Quelle di cui abbiamo parlato, via!... Quelle che debbono essere segnate a catasto!
— Ah! sì, mi ricordo, perdoni. Ha ragione, ha ragione; ma ho scritto, vede, ho scritto e ho fatto sollecitudine!... Non capisco come non mi abbiano ancora risposto. Ma abbia la cortesia di aspettare.... guardi, lei è qui, leggerà la mia nuova lettera, poi la spediremo. Va bene?
— Benissimo.
E la nuova lettera è scritta nei termini più soddisfacenti ed è affidata al primo piroscafo che la porti a Costantinopoli. La risposta non si fa aspettare, senonchè....
Una sera, dopo l’arrivo del postale da Costantinopoli, il nostro connazionale ti vede il kaimakan, ma con tale una faccia nera da sembrare uno spaventapassere; fa per tirar di lungo; ad un tratto si pente, fa un cenno al nostro amico, il quale, quando gli è vicino, si sente dire in tono cavernoso:
— Venga; dobbiamo essere soli!
E vanno. Quando sono soli, il kaimakan estrae di tasca una lettera, ma prima di consegnarla all’amico nostro gli dice: