In Tunisia i francesi ci trattano come bestie da soma, ci negano le scuole, ci fanno una colpa di essere italiani, e noi zitti; in Cirenaica siamo perseguitati e messi alla porta, e noi zitti; in Tripolitania succede altrettanto, e noi raccomandiamo il silenzio e ci umiliamo.
La linea di navigazione, sussidiata dal Governo, la quale partendo da Catania tocca la Tripolitania, la Cirenaica, l’isola di Creta, Smirne e Costantinopoli (linea istituita a solo beneficio dei turchi), ha dato fino ad ora risultati magnifici. La nostra penetrazione, come abbiamo veduto a Derna e come accade a Bengasi e a Tripoli, si svolge indisturbata, e gli ingenui che si rivolgono ai nostri consoli per aver schiarimenti, li trovano fermi in un gesto ieratico, come il dio indiano accosciato sul fiore di loto; le mani sul ventre dorato.
Bengasi.
Abbiamo costeggiato l’immenso altipiano deserto, animato solo, a grandi distanze, da qualche gruppo di palmizi; ora, fra le nebulosità del cielo e del mare, in una pianura rossiccia si distingue il minareto di una moschea; è l’unica cosa che soverchi all’intorno.
Bengasi appare fra una desolata natura, e, quando si discende, l’impressione non varia. Camminiamo fra la sabbia, nella quale il piede si affonda fino alla caviglia; il caldo è soffocante; tutto è arido, sitibondo.
Sorgono qua e là alcune case meschinissime, una montagna di sale, una piazza deserta.
Passano torme lacere di beduini incappucciati e grondanti sudore. Le vie sono disselciate, sabbiose, cosparse di immondizie e di pozzanghere di un’acqua nerastra che tramanda un fetore insopportabile.
Non un aspetto gaio, non un’ombra piacevole vi invita a riposare; tutto è riarso, stanco, inebetito nella gran calura.
Alle ombre brevi dei muri riposano lunghe fila di arabi taciturni; qualche lento cammello dalla bocca bavosa e dagli occhi malinconici passa nel sole ondulando.
Cammino a fatica.