Nelle strade solitarie gli arabi che riposano su le soglie mi guardano col disprezzo indefinibile che è in fondo agli occhi di tutta questa gente quando squadra un infedele.

Attraverso il Suk, che non ha altro carattere se non quello di una grande miseria. Tutto è misero, lacero, esausto. È il paese dello squallore.

Oltrepasso la cinta della città, e fra la sabbia ardente mi interno in un villaggio di neri.

Tutta una tribù si è stabilita alle soglie di Bengasi e vi ha elevato le sue misere capanne.

Le donne, per vezzo, hanno infilato nel naso un corallo; sul nero della loro faccia la piccola macchia rossa fiammeggia come una ferita.

In questo caldo meridiano quasi tutti dormono. Vedo donne e fanciulli sdraiati all’ombra delle loro capanne su la sabbia.

Intorno intorno si levano i ciuffi dei palmizi.

Questo villaggio africano si chiama Zraib.

La storia di un pellegrino.

Qualche giorno fa capitò a Bengasi un bell’uomo alto, tarchiato, adusto dal sole; vestiva alla foggia algerina.