Da Cythera a Mitilene.

Da Cerigo a Milo, da Milo a Santorino, da Santorino a Paro a Scio a Metelino abbiamo percorso in tutti i sensi il classico mare degli Ulissidi.

Di isola in isola, sostando a lungo in piccoli scali quasi abbandonati, in compagnia di povera gente che si industria come può, ma che ha precisa coscienza della propria condizione e non si abbrutisce nell’ignavia che nulla cura; parlando rado e sempre di politica chè anche l’ultimo fra i greci si interessa della vita pubblica del proprio paese e ci si appassiona; passando da piroscafo in piroscafo senza mutare per questo, sistema di vita: dalla Morea, sono giunto a Metelino lungo le coste dell’Asia Minore.

Si navigava su mari di cobalto, di azzurro tanto intenso che a volte, nell’ombra, diventava nero e avevamo sempre in vista qualche isola, qualche scoglio, qualche aggruppamento di montagne coniche. L’orizzonte era sempre interrotto da una forma singolare, che ne frastagliava la linea piatta. Nelle lunghe ore silenziose si seguiva l’apparire e lo scomparire degli scogli granitici e gialli e rossi; nudi, rivestiti di sole e battuti dalle onde. Avevano ai piedi una bianca orlatura di spume; al vertice, nell’incendio solare, un volo di procellarie. Passavano oltre, più remotamente, sotto i confini del cielo, altri vapori. A volte non si vedeva che un tenuissimo pennacchio di fumo su l’ultimo mare. Poi piccole barche da pesca con la vela d’artimone tutta bianca e la piccola vela del trinchetto di un rosso violento e si andava, si andava senza tregua lentamente, monotonamente. A bordo era padrone il sonno. La gente mangiava e dormiva.

Tutto era propizio al sonnecchiare, e il silenzio e l’ampio ondulamento e il caldo. Così di tappa in tappa, dalle coste di Milo tutta fiorita di gelsomini a l’immenso cratere invaso dal mare che forma la baia di Santorini; dalla montagna circolare di Paro, l’isola dolce che dette i natali ad Archiloco, alla scoscesa Scio, sacra a Minerva, si approdò a Metelino. Anche il bel nome antico le fu tolto, e l’“insula nobilis et amœna„ di Tacito, la patria di Alceo e di Saffo, Lesbo dalle belle figlie, fra terremoti e guerre e invasioni nulla serba dell’antico splendore.

Quando entrai a Metelino (Midillii la chiamano i Turchi), era quasi notte. Su la porta di una casa equivoca un turco grattava una guzla, un istrumento a corde dal suono aspro, chioccio, stridente, e alcune voci cantavano. Era un canto turco, ciò è a dire un indefinibile gargarismo, una specie di singhiozzo modulato sgarbatamente su alcune note discordi che si rincorrevano a gran furia accavallandosi, sopraffacendosi, urtandosi come tre fiere nemiche rinchiuse in uno spazio breve. Da prima ascoltate stupefatto, cercate un filo conduttore, una ragione di tanto frastuono, un qualsiasi disegno melodico, poi restate disorientato finchè non fuggite stordito. Questa è la musica turca.

Tale frastuono mi accolse quando entrai nella meschina città senza garbo e senza carattere, percorsa da marinai turchi e dalle eterne ammantate che scivolavano rasentando i muri, simili a goffi spettri claudicanti o ad otri rigonfi dall’equilibrio instabile.

Ricordai i silenzi di Paro, il calmo raccoglimento delle isole sperdute fra cielo e mare, e le voci e i suoni e le cose che stavano in sì grande contrasto con l’alba remota che venivo pensando, mi riuscirono odiose. Non mai come a Metelino sentii il profondo abisso che separa due anime, due popoli, due razze.

La lira di Orfeo, che la leggenda fece approdare a quelle rive, doveva essere sepolta bene a fondo sotto la terra sacra, nell’isola più musicale fra quante ne ebbe la Grecia. Tutto è morto, tutto è scomparso nel gran buio dei millennii.

Il fanatismo vinse la calma serenità antica, la sopraffece, la turbò, la sconvolse. I greci che rimangono non sono meno fanatici dei turchi; a suprema difesa, nella loro debolezza, si avvincono al loro Dio, e il fanatismo è una sciocca follìa che annebbia ogni chiaro entusiasmo. Più che altro, pare sia rimasto a questo popolo smembrato, perseguitato, combattuto senza tregua nella pace e nella guerra, ciò che era un tempo la rarissima eccezione: la malinconia di Esiodo. È un popolo malinconico, in fondo, cupamente malinconico. Lo dicono le sue canzoni e tutta quanta la sua vita. Quante cose non ha visto morire? Quale soccorrevole Minerva ha sopravvissuto per la sua fortuna? Egli favoleggiò bensì, un tempo, quando il giovine sorriso dell’Iliade era nell’anima sua; favoleggiò di un bel Dio dall’arco di argento che vinse, lottando, lo spirito delle tenebre; ma con quanta tenebra non ha ripagato di poi quella luce che non fu mai più sopravanzata?